4 chiacchiere con Domenico Zampolini

La corsa verso la lunetta. Le braccia che si allungano. Il salto. Il polso che si piega e, come si dice in gergo, frusta la palla a spicchi. Il tiro lasciato partire così, senza pensarci su troppo. Perché alle volte, l’istinto e il cuore viaggiano più veloci della ragione. La retina che si muove e il boato del palazzetto. Tutto in una manciata di secondi. E quel 28 aprile 1982 diventa una serata storica. Per Pesaro, che supera di un punto Bologna nella semifinale scudetto, e per lo spoletino Domenico Zampolini, enfant prodige e campione del basket nazionale di qualche anno fa che, anche oggi, di tiri in sospensione, schiacciate e step back continua a occuparsi ma in giacca e cravatta anziché in canotta e pantaloncini.

di Nicola Mucci

Domenico Zampolini

Un colpo di fulmine, quello per il basket, scoccato nel cuore dell’Umbria, nella tua Spoleto. Da lì è cominciato tutto, vero?

Ho avuto la fortuna – racconta Domenico – di frequentare una parrocchia in cui si praticavano un po’ tutti gli sport. E ho scelto la pallacanestro perché era quella che mi piaceva di più e mi dava più soddisfazioni. All’inizio, però, non avevo il desiderio di diventare un grande giocatore. Solo a Rieti ho cominciato a pensare di farlo come lavoro. Di sacrifici poi ne ho fatti tanti. Soprattutto, ho sacrificato buona parte della mia gioventù, del tempo libero e dei divertimenti. Ma c’era, e c’è ancora la passione. Una passione per questo sport che vorrei far conoscere a tutti. Ma l’idea di poter diventare un giocatore da serie A, quella è nata in un secondo momento.” 

Rieti, Rimini e poi l’approdo a Pesaro. Una storia d’amore, quella in biancorosso, durata ben 12 anni, con oltre 400 partite, due Scudetti vinti, oltre a due Coppe Italia e una Coppa delle Coppe. Qual è il ricordo più bello di questa lunga avventura?

Di ricordi belli ce ne sono tanti. Forse sceglierei proprio il tiro della semifinale contro Bologna, nell’82. Fu un tiro che non solo cambiò noi come squadra ma anche la società, che capì che, investendo, poteva ottenere grandi risultati. Arrivarono giocatori importanti e fu allora che cominciò la strada che ci avrebbe portati allo scudetto. È stato un vero cambio di direzione. E quel tiro ne è stato la fotografia.

Ti va di raccontarlo quel famoso tiro?

Guardo ancora qualche volta il video di quel canestro su Internet. È stato un gesto spontaneo e, a essere sincero, non è che mi sia chiesto se volessi farlo o meno. Sono tiri che te li senti e basta, senza pensarci. Ne ho realizzati diversi di canestri così. Mi sono smarcato bene, sono partito perché volevo la palla, e ho tirato. E sono stato felicissimo d’averlo fatto.

Hai portato l’Umbria anche in Nazionale. Qual è stata l’emozione più grande in azzurro?

Quella della prima partita. Vestire la maglia della Nazionale è stata una bellissima esperienza che dovrebbe riempire tutti d’orgoglio. Per un giocatore è il massimo e se poi riesci a farlo alle Olimpiadi è ancora meglio.” 

A proposito, ti è piaciuta la Nazionale di Pozzecco ai recenti Mondiali?

A dire la verità, non molto. Mi è sembrata molto legata alle invenzioni personali di Spissu piuttosto che di Fontecchio. E poi, non abbiamo avuto un vero pivot.

Come sta il basket italiano secondo Zampolini?

Di recente ho visto una partita della Fortitudo Bologna e mi è piaciuta molto sotto il profilo tecnico. Ho visto qualcosa che sta cambiando anche perché, Bologna e Milano a parte, il resto del movimento mi sembra mancante. Mancano risorse economiche importanti e credo che debbano essere valorizzati di più i settori giovanili, lasciando emergere i nostri ragazzi. Bisogna guardare alla tecnica più che all’atletismo. Oggi si vedono solo schiacciate e tiri da tre punti. Ma non dimentichiamo che i giocatori tecnici sono quelli in grado di stare sul parquet fino a quarant’anni e più.

In un’intervista di qualche tempo fa, hai detto che i giovani d’oggi spesso non hanno sogni, che manca loro uno scopo e che il talento gli è stato sottratto un po’ come nel famoso film Space Jam. Come si fa, secondo te, a restituire ai ragazzi la capacità di sognare e di lottare per un obiettivo?

È molto difficile. I ragazzi di oggi sono talmente bombardati da tante cose che non riescono ad elaborarne una che gli piace. C’è ancora qualcuno davvero appassionato e che gioca perché gli piace. Altri pensano ad altro, al cellulare, ai videogiochi. In casa poi non si parla più. I ragazzi hanno tutto, e proprio per questo faticano ad elaborare un sogno, ad avere un obiettivo. E non mi riferisco solo al basket, ma alla vita in genere.

Se dovessi fare un bilancio della tua carriera, hai qualche rimpianto?

Sono contento di quello che ho fatto. Non ho rimpianti. Gli errori servono a migliorarti. Quando sono passato a Pesaro, avrei potuto scegliere di andare a giocare a Milano dove, forse, avrei vinto qualcosa in più. Ma ho fatto bene così, è stata la scelta giusta anche perché mi ha permesso di stare più vicino a mio padre e a mia madre. E la famiglia, per me, è sempre stata importantissima.

Visto da fuori, come sta il basket in Umbria?

La prima impressione è che ci troviamo di fronte a una regione carente sotto questo aspetto, ma potrebbe essere anche l’opposto. L’Umbria infatti potrebbe diventare una regione in cui seminare qualcosa di diverso, per fare un salto in avanti. Non nascondo che mi piacerebbe molto fare qualcosa a Perugia e credo che, magari con un aiuto, anche piccolo, da parte delle aziende e degli imprenditori locali, si potrebbe fare. Alla fine, basta mettere poco per uno per fare il salto.

Total
0
Shares
Prev
Presentazione Sir Susa Vim Perugia

Presentazione Sir Susa Vim Perugia

18/10/2023, Autocentri Giustozzi, Perugia

Next
Il Rocky umbro

Il Rocky umbro

“Ritratti” racconta i protagonisti dello sport regionale

You May Also Like