4 chiacchiere con Marco Negri

“Regalare sorrisi e felicità è la cosa più bella.”

Un tiro di destro al volo, un pallonetto appena sotto la traversa, un colpo di testa in tuffo dentro l’area, un tap-in a ribadire in rete la conclusione di un compagno di squadra. Tanti modi per segnare un gol, per regalare un’emozione e una gioia a chi sta seduto sulle gradinate dello stadio o davanti allo schermo della Tv. Gioie ed emozioni, un centinaio e più, che Marco Negri, bomber milanese tra la fine degli anni ’80 e i primi anni del nuovo millennio, ha saputo regalare a migliaia di tifosi dal Friuli alla Calabria, passando per l’Emilia, l’Umbria e fin nella lontana Scozia. Numero 9 silenzioso, alla ribalta mediatica ha sempre preferito la concretezza di un gol. Numero 9 vero, di quelli che non se ne fanno più, e che riavvolge volentieri, e con grande disponibilità, il nastro dei ricordi proprio a partire dalla nostra Umbria, dove approdò nel lontano 1991. Sponda Ternana.

di Nicola Mucci

Dopo tanti anni a Udine – racconta Marco –, dove vivevo come se fossi in famiglia, firmare con una squadra professionistica, importante come la Ternana, che aveva chiare ambizioni di promozione, mi faceva uscire dal guscio, con tutte le pressioni ma anche le gioie e le responsabilità del caso. Vincemmo il campionato e centrammo l’obiettivo della serie B. Per me, insomma, fu uno svezzamento perfetto. Certo non sono state tutte gioie, ci sono stati anche momenti difficili, ma alla fine la soddisfazione regalata alla città è stata il premio più importante.  Regalare sorrisi e felicità è la cosa più bella. E quella era la prova che ero pronto.

Dopo Terni, Bologna e Cosenza dove, nel campionato ‘94/’95, segni ben 19 gol. È la svolta della tua carriera e arriva il momento di tornare in Umbria, stavolta però sponda Perugia.

Ai tempi, con Gaucci, era una società molto ambiziosa. Io avevo fatto un ottimo campionato di B, a Cosenza. Mi avevano cercato anche club di A, come l’Atalanta, ma volevo conquistarmi sul campo la massima serie. Il mio percorso a Perugia è iniziato così così, a causa di qualche infortunio e di una forma che non arrivava. Ma poi è scoccata la scintilla e abbiamo fatto un campionato strepitoso, tanto che la gente è ancora innamorata di quella squadra. Ed è arrivata la promozione in serie A, la materializzazione del sogno che noi, bambini di quella generazione che giocava nei cortili d’asfalto, cullavamo. Quella serie A era il campionato più bello e difficile e io avevo voglia di dimostrare che ci potevo stare.

L’8 settembre 1996, il debutto, al Curi, contro la Sampdoria.

Quella è stata la partita perfetta. Segnai il gol vittoria proprio sotto la curva, che impazzì di gioia. In campo c’erano campioni come Mancini, Veròn e Gullit. È stato il coronamento di un sogno. E la cosa più bella è stata quella di poter regalare una gioia ai tifosi. Vedere la curva piena è qualcosa che ti rimane dentro e ti aiuta a condividere. In quei momenti, calciatore e tifosi è come se fossero in campo insieme.

Perugia diventa il tuo trampolino di lancio per il campionato scozzese, sponda Rangers Glasgow. Contro il Dundee United, il 23 agosto 1997, vai a segno ben 5 volte.

Le giornate indimenticabili di quella esperienza sono state tante. Nella mia carriera, ho sempre cercato di alzare l’asticella, dopo ogni stagione. Giocare in un calcio diverso da quello italiano non è mai facile. Quello scozzese poi non lo è affatto, specie per un attaccante. Arrivavo in un club fantastico, prestigiosissimo, dove ho iniziato, devo dire, benissimo. Poi, certo i 5 gol segnati in casa, davanti a cinquantamila persone, contro il Dundee sono stati il coronamento di una partita perfetta. E poi i derby con i Celtic…

Ci racconti l’atmosfera magica dell’Old Firm, allora?

È difficilissima da descrivere. È fatta di eccitazione, adrenalina, tensione. È una partita che ti cambia la carriera nel bene e nel male. Ci si sente parte di una tifoseria. È come se si sfidassero due nazionali. Vivi le stesse pressioni che ti possono schiacciare, ma anche spingerti verso grandi emozioni. L’Old Firm è bellissimo da vivere e da vedere sugli spalti. Una partita non banale, non comune.

A proposito di Nazionale, c’è rammarico per aver solo sfiorato la maglia Azzurra?

Sì. Ho giocato in tutte categorie, inclusa la Champions e alla maglia azzurra ci sono andato vicinissimo. Infortuni e traversie varie, però, hanno deviato la traiettoria del nostro incontro. Rimane un po’ di amaro in bocca per non esserci riuscito, anche solo per qualche minuto, ma è una cosa che poi si impara ad accettare come tante altre che fanno parte dello sport.

C’è un Marco Negri nel calcio di oggi?

Il calcio moderno è cambiato in alcuni ruoli, specie in quelli del portiere e dell’attaccante. Vedo pochissime prime punte. Il calcio di oggi non le contempla, anche se ultimamente questo ruolo, quello dell’attaccante d’area di rigore, sta tornando di moda con i vari Lewandoski, Haaland e Lukaku.” 

La tua esperienza di calciatore l’hai poi raccontata in un libro, “Marco Negri. Più di un numero sulla maglia” (Luglio Editore, 2014).

Mi è piaciuto tantissimo ripercorre nella memoria il percorso fatto da ragazzo. In periodi come quello, pensi solo ad andare in campo, a divertirti, a gioire per un gol, non certo alla carriera, ai trofei, ai contratti e alle interviste, che erano cose lontanissime. È stato il periodo calcisticamente più ingenuo ma più bello, che ora mi manca e che auguro di poter vivere a tutti i ragazzi.

Come sono i giovani calciatori di oggi?

Ai ragazzi chiedo sempre perché vogliono essere Ronaldo o Messi. Per arrivare fin lì ci sono sempre sacrifici, incertezze, problemi. C’è una pagina della favola che bisogna essere pronti a vivere ed è quella che viene prima della celebrità e che non fa parte degli highlights di questi grandi campioni. Ma per guardare oltre, alla carriera e a tutto il resto, c’è tempo. È meglio godersi il divertimento, lo spogliatoio, il rapporto con i compagni di squadra, che sono tutte le cose che oggi mi mancano.

Marco Negri oggi.

Sono un felice papà, tranquillissimo, con un po’ di capelli bianchi. Ma l’amore per il calcio resta quello di sempre.

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