A undici metri dal sogno

“Ritratti” racconta i protagonisti dello sport regionale.

“Ritratti” racconta i protagonisti dello sport regionale.

di Nicola Mucci

Quanto possono essere lunghi undici metri? Alle volte, tanto. Anzi, tantissimo. Tanto quanto un sogno. Un sogno a occhi aperti consumato in un caldo pomeriggio di un giugno inoltrato. Ma non siamo nel bosco fuori dalle mura della città di Atene, come nella celebre commedia di Shakespeare, “Sogno di una notte di mezza estate”. Nella nostra storia il sogno si consuma allo stadio Adriatico di Pescara, a due passi dalle spiagge e dagli ombrelloni che hanno già aperto i battenti per la nuova stagione balneare. E i protagonisti non sono il folletto Puk, né Teseo o Ippolita del Bardo di Stratford-upon-Avon. I nostri eroi portano invece i calzoncini corti e la casacca del Gualdo e, per la prima volta dal 1920, anno della fondazione, hanno l’occasione di staccare il biglietto per la serie B. Un sogno davvero, come mai accarezzato così da vicino da questa cittadina abbarbicata alle pendici degli Appennini, nel nord-est dell’Umbria. Una cavalcata trionfale che, in panchina, porta la firma di un certo Walter Alfredo Novellino, all’epoca promettente allenatore in rampa di lancio, ma già campione con le maglie di Perugia e Milan sui campi della serie A.

Un sogno lungo undici metri, appunto. Con un ultimo avversario da superare: l’Avellino di Zibì Boniek, fuoriclasse polacco che il grande calcio l’ha conosciuto con le maglie di Juve e di Roma. Il campionato di C1, il primo nella storia del Gualdo, è stato costellato di vittorie. Gioco spumeggiante e gol, molti dei quali firmati (ben 10) da un giovanissimo Arturo Di Napoli, che l’anno successivo finirà al Napoli. Nomen omen, direbbero i latini. Gli umbri sono stati la rivelazione del torneo, arrivando a tagliare il traguardo dei play off, indispensabile corsa ad ostacoli per approdare in B. In semifinale si sono sbarazzati del Trapani, mentre l’Avellino ha dovuto faticare più del dovuto con il Siracusa. Ma ora, sono lì, davanti allo stadio gremito, a due passi da un sogno. Ventidue ragazzi che si contendono un traguardo agognato un anno intero.

I tempi regolamentari si chiudono sull’1-1. Alla punizione di Tomassini che porta in vantaggio il Gualdo risponde, nella ripresa, un rigore di Carmine Esposito. L’aria è carica di tensione. L’emozione è palpabile sugli spalti. Non bastano neanche i supplementari a decretare un vincitore. E si arriva così alla lotteria dei rigori. Spietata, affascinante, roba da nervi saldi e cuori forti. Undici metri, appunto, e poi sarà festa. O non sarà. Crudele legge dello sport.

Uno, due, tre, quattro. La porta diventa piccolissima quando devi calciare un rigore con gli occhi di tutti puntati addosso. E le mani del portiere enormi. Tirare a destra o a sinistra? Puntare l’incrocio o calciare rasoterra? Di piatto o di collo? Meglio non farsele tante domande. Meglio chiuderli gli occhi e dimenticarsi di tutto e di tutti. E poi, con il cuore in gola, calciare. Quel pallone che racchiude i sogni e le speranze di due città. Finisce 6-5 per l’Avellino. Marco Landucci, portiere irpino per anni bandiera della Fiorentina, neutralizza il tiro di Costantini. Il sogno è finito, ma è stato bello viverlo sino in fondo. Fino a misurare quanto sono lunghi quei famosi undici metri.

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