4 chiacchiere con Lorela Cubaj

Intervista con Lorela Cubaj, nazionale italiana e dell’Umana Reyer Venezia

di Nicola Mucci

Quando Dan Peterson ipnotizzava milioni di appassionati con le telecronache della NBA in Tv, quando nel piccolo schermo comparivano per la prima volta le canotte gialloviola dei Lakers e quelle verdi dei Celtics, Lorela non era ancora nata. Erano gli anni di Magic Johnson e Larry Bird, dei “bad boys” di Detroit, di un giovanissimo Jordan che non era ancora leggenda. Lorela Cubaj, oggi nazionale italiana e ala dell’Umana Reyer Venezia in A1, l’America del basket la scoprirà solo anni più tardi. I primi passi sui parquet dell’Umbria, partendo dalla sua Terni, con la canotta delle Pink Basket. Lì tutto è cominciato, tra uno step back e un tiro dalla linea dei tre punti all’ombra della Cascata delle Marmore. E nella città di san Valentino non poteva che essere un colpo di fulmine a far innamorare Lorela della palla a spicchi. Giusto?

All’inizio – racconta –, mi sono avvicinata al basket perché ci giocava mio zio, anche lui a Terni. Andavo spesso a vederlo giocare. Dopo un po’ è partito il progetto della squadra femminile delle Pink Basket e chiesi di provare. Da quella prima volta, a 8-9 anni, non ho più smesso.

Quand’è che hai capito che quella sarebbe stata la tua vita?

A dire la verità, non subito, ma quando è arrivata la chiamata della Nazionale.

Gli inizi non sono mai facili. Qual è stata la difficoltà più grande con cui ti sei dovuta confrontare?

Andare via da casa a 15 anni per venire alla Reyer. È stata una cosa che mi ha formata caratterialmente. Ricordo che il primo mese ero sempre triste e piangevo. Ma i miei genitori sono stati fantastici e tutti i mesi venivano a trovarmi.

Se dovessi fare un nome, chi è stato determinante per la tua crescita sportiva e umana?

Diverse persone e per molte ragioni. Scelgo Stefania Barbetti che è stata la persona che mi ha sostenuto anche nel passaggio dalla Pink alla Reyer, un passaggio che per me è stato cruciale. Il suo supporto è stato fondamentale. Se devo fare il nome di un allenatore poi, ti dico tutti, dal momento che ognuno mi ha dato qualcosa e mi ha formata, mettendo le basi per quello che è venuto dopo.

I ragazzi di oggi trascorrono molto tempo a guardare gli highlights dei campioni della NBA, sognando di emulare Steph Curry o LeBron James. Chi è stato la tua fonte d’ispirazione tra questi campioni?

Sono sempre stata una fan di LeBron James. Sia a me che a mio fratello piace molto. Diciamocelo, non è umano, ma è bello vedere come la sua carriera si sia evoluta in 21 anni e cosa si possa raggiungere tramite il basket.

Da Terni al settore giovanile della Reyer e da lì il volo negli Stati Uniti, nella prestigiosa università di Georgia Tech. Com’è stato il passo?

Mi ha aiutata il fatto che ero già via da casa da quando avevo 15 anni. La parte difficile, però, era che mi trovavo dall’altra parte dell’oceano e i miei non riuscivano più a venire a trovarmi ogni mese. Uno dei cambiamenti più grandi è stato quello delle abitudini alimentari. Negli Stati Uniti tutti gli impegni legati a basket e scuola erano incastrati perfettamente. La sveglia era molto presto, intorno alle 5 di mattina, per avere tempo di fare corsa e pesi. Dal punto di vista fisico, insomma, è stato molto impegnativo. In Europa non siamo abituati a un dispendio di energie simile.

Qual è il livello del basket universitario americano rispetto all’Europa?

È una via di mezzo. Ha la fisicità di un campionato professionistico, ma per certe cose può essere paragonato ai campionati giovanili visto che è giocato da ragazzi e ragazze che stanno ancora crescendo. Lì impari ad essere una professionista, anche se ancora non lo sei.

L’ultima stagione al College l’hai chiusa con 10 punti di media, 11.1 rimbalzi, 4.3 assist a partita. Subito dopo è arrivato il grande salto nella WNBA, quinta italiana nella storia, chiamata da Seattle e poi scambiata con le New York Liberty. Com’è stato coronare il sogno di giocare nel campionato a stelle e strisce?

È stata un’esperienza bellissima. Ho condiviso la notte del draft con i miei cari. Andare a New York ha significato giocare per una franchigia storica, in una squadra e una società molto serie. Quell’anno, poi ero anche l’unica rookie e sono orgogliosa di aver potuto fare una simile esperienza.

Com’è stato vivere a New York?

Mi ha colpito soprattutto vedere tutta la gente che vive in quella città. Fa un effetto stranissimo tutto quel mare di persone. Vivevo a Brooklyn e il traffico era tremendo. Per fortuna i mezzi di trasporto lì sono perfetti, perché muoversi a New York con la macchina è impossibile.

Ma poi LeBron James l’hai conosciuto?

No, purtroppo lui no.

La tua partita da incorniciare in WNBA?

Probabilmente la prima e i miei primi punti segnati. Me la porterò sempre nel cuore e abbiamo pure vinto.

Lorela e la Nazionale italiana.

Mi ricordo la prima convocazione. Ero molto emozionata perché sono anche riuscita a giocare ed ero circondata da grandi giocatrici. Condividere con loro il campo è stato un onore e un privilegio.

Il presente è Venezia. Qual è il tuo prossimo traguardo?

Il club ha iniziato questo progetto con tante giocatrici giovani ed abbiamo l’opportunità di competere ad alto livello sia in Italia che in Europa. Quest’anno abbiamo un gruppo molto unito sia dentro che fuori dal campo: è la nostra forza. Siamo ambiziose, vogliamo provare a meritarci il palcoscenico dell’Eurolega lavorando insieme ogni giorno per migliorarci e contribuire alla crescita della società. E poi vorrei raggiungere risultati importanti con la Nazionale e partecipare alle Olimpiadi.

E gli USA?

Ora sono concentrata sul basket europeo, ma in futuro chissà. Non chiudo le porte a un’altra esperienza in America.

Ai giovani cestisti che messaggio ti va di mandare?

Che devono lavorare decisamente tanto. Ci sono molti sacrifici da fare ma, alla fine, il risultato rende tutto molto bello e ripaga dei sacrifici fatti, anche se, soprattutto all’inizio, sembrano molto pesanti. E poi, bisogna sempre ricordarsi di divertirsi e che in fondo è un gioco. Un bellissimo gioco.

Cosa ti manca dell’Umbria?

L’Umbria è comunque casa mia. Ogni volta significa tornare a casa. E lo sarà per sempre. Mi manca in generale. Ogni volta che posso torno volentieri.

Si ringrazia per la disponibilità Lorela Cubaj e l’ufficio stampa dell’Umana Reyer Venezia, nella persona di Margherita Tosi.

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