4 chiacchiere con Simone Giannelli

Intervista con Simone Giannelli, capitano della Nazionale e della Sir

Intervista con Simone Giannelli, capitano della Nazionale e della Sir Susa Vim Perugia

di Nicola Mucci – foto Michele Castellani

Il salto, la mano che sembra quasi accarezzare la palla mentre l’accompagna dall’altra parte della rete. Il numero 6 si muove in mezzo al campo con la disinvoltura di chi sa sempre cosa deve fare, di chi vede un attimo prima degli altri come si svilupperà l’azione e come si muoveranno i compagni. Simone Giannelli ha il volto pulito del bravo ragazzo. È il testimonial perfetto di uno sport in continua crescita, che sa catturare sempre più appassionati. Da Bolzano al tetto del mondo, quasi dieci anni con la maglia del Trentino Volley, ora palleggiatore della SIR Safety Perugia e della Nazionale italiana, ci aspetta dopo la fine dell’allenamento del mercoledì, mentre svolge gli ultimi esercizi di stretching. Sorride dall’alto dei suoi due metri e con la disponibilità che è tipica dei campioni comincia a raccontarsi. A cominciare da una bacheca piena di trofei a ventotto anni neppure compiuti: medaglia d’argento alle Olimpiadi di Rio, campione nel mondo nel 2022, campione europeo nel 2021, per ben due volte campione italiano e la lista sarebbe ancora lunga. Vittorie che riannodano il filo dei ricordi di una carriera fatta di talento e, soprattutto, di tanta passione. Una passione nata da giovanissimo o quasi.

Praticavo altri sport come calcio, sci e tennis. – racconta – Mia sorella, invece, giocava a pallavolo. A 12 anni ero piuttosto alto per la mia età e ho deciso di provare. Ho cominciato a giocare a Bolzano. Amo molto anche il tennis, ma ero affascinato dalle dinamiche dello spogliatoio che sono tipiche degli sport di squadra.

Tra le tue tante vittorie, qual è stata la più significativa?

Ho avuto la fortuna di averne ottenute molte. Ma se penso a quella più significativa, non mi viene in mente tanto un trofeo, quanto quando abbiamo disputato, con la Nazionale, la World Cup, nel 2015, per la qualificazione olimpica ai Giochi di Rio de Janeiro. Le prime due classificate avrebbe avuto accesso diretto ai Giochi e, per riuscirci, avremmo dovuto vincere 3-0 o 3-1. Giocavamo contro la Polonia ed eravamo sull’1-1. Alla fine, siamo riusciti nell’impresa e ci siamo aggiudicati il match per 3-1. Per me è un ricordo molto bello perché è stato il mio primo anno in Nazionale che, tra l’altro, ho giocato subito da titolare.

Che sapore ha disputare un’Olimpiade?

È un’esperienza bellissima. Vivi il villaggio olimpico con atleti che vengono da ogni parte del mondo. È un’atmosfera speciale e per uno sportivo è il massimo.” 

Per arrivare in alto, di solito non mancano i sacrifici. Ma come si diventa Simone Giannelli? 

Si parla sempre di sacrifici, ma più che altro preferirei parlare di scelte. E le scelte vanno fatte per passione. Io non volevo diventare chissà chi. L’ho fatto per me e per la mia famiglia, sforzandomi di dare il meglio di me stesso e, soprattutto, divertendomi. È impossibile giocare senza divertirsi.

Dietro un campione c’è spesso l’affetto e il sostegno della famiglia. Come ti ha supportato in questo percorso di crescita?

La mia famiglia è stata fondamentale. A fine lavoro, i miei mi accompagnavano o venivano a riprendermi all’allenamento ogni volta. Diventando più grande mi muovevo con il treno per andare a Trento, ad esempio. Ma capitava ugualmente spesso che i miei mi accompagnassero comunque in auto o venissero a riprendermi.

Studio e sport: un binomio che per molti ragazzi è difficile da conciliare. Come ci sei riuscito?

Ho frequentato il liceo scientifico sportivo, che è quello che non prevede il latino. Lo stesso di Tania Cagnotto. I professori sono sempre stati comprensivi e, direi, speciali con me perché mi hanno consentito di terminare il liceo e, al contempo, di continuare a giocare.

Il palleggiatore è un po’ il cervello della squadra e sta al volley come il regista al calcio o il play al basket, giusto? Quali doti non devono mai mancare a chi gioca nel tuo ruolo?

Più o meno è come dici tu. Quello del palleggiatore è un ruolo complesso, difficile, non solo sotto il profilo tecnico, ma soprattutto psicologico. Il secondo tocco è sempre il tuo. Devi scegliere come giocare e come servire la palla agli attaccanti. Ma è un ruolo che mi piace perché mi permette di essere fantasioso e di essere un leader. Devi cercare di capire i compagni e imparare a leggere ogni momento della partita. Bisogna essere sempre lucidi e scegliere, in pochi istanti, la giocata migliore da fare.

Se non avessi giocato a pallavolo, che faresti ora?

Forse, mi sarei dedicato al tennis.

A proposito di tennis, allora: il tuo campione preferito?

Senza dubbio, Roger Federer. Di lui mi piace soprattutto l’umiltà.

Da un paio d’anni sei alla Sir Safety. Com’è stato l’arrivo nella nuova realtà?

Mi sono trovato subito super bene. La squadra è ambiziosa e il pubblico molto appassionato e ci segue sempre. Mi piace l’Umbria e mi piacciono le persone dell’Umbria.

La cosa che ti piace di più di Perugia è…?

Tutto. Ma ti dico la cultura e il cibo.

Il tuo obiettivo per questa stagione.

Continuare a far bene e migliorare sempre.

Giannelli e il futuro. Chiudi per un attimo gli occhi: come t’immagini fra vent’anni?

Non saprei. Vado avanti sempre step by step. Ma vorrei imparare anche cose nuove oltre alla pallavolo.

Ai giovani che giocano a pallavolo e sognano di diventare come Giannelli, cosa consiglieresti?

Di non partire per diventare campioni. Devono trovare dentro loro stessi le motivazioni senza lasciarsi condizionare dai giudizi degli altri. E soprattutto devono divertirsi e provare gioia in quello che stanno facendo.

Si ringrazia per la disponibilità Simone Giannelli e l’ufficio stampa della SIR Safety Perugia, nella persona di Simone Camardese.

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