Il peso di un’eredità

“Ritratti” racconta i protagonisti dello sport regionale.

di Nicola Mucci

Deruta è uno di quei borghi che incanta, nota al mondo soprattutto per le sue meravigliose e raffinate ceramiche. Il documento più antico che attesta la produzione delle celebri maioliche risale addirittura alla fine del XIII secolo e già nel cinquecento avevano raggiunto fama e notorietà in buona parte d’Italia. La stessa fama e notorietà che nella prima metà degli anni ’80 raggiunse un numero 10 dai piedi raffinati, di quelli che non ne nascono tutti i giorni e che proprio a Deruta aveva emesso il primo vagito.

Claudio Valigi è più di un promettente centrocampista quando lascia la Ternana, in cui aveva mosso i primi passi da calciatore vero, per approdare alla Roma di un certo Nils Liedholm. È la Roma di Ancelotti, Di Bartolomei, Pruzzo, Graziani e Prohaska, ma soprattutto di Paulo Roberto Falcao, uno dei grandi della storia del pallone: piedi da fuoriclasse e cervello fino. È la Roma che, nell’83, si cuce sulla maglia il secondo scudetto della sua storia e in cui l’umbro Valigi si ritaglia uno spazio importante fatto di ben 13 gettoni sul campo e della nomea di erede proprio di Falcao. L’esordio in A, il 12 settembre 1982 nella vittoriosa trasferta di Cagliari, titolare dal primo minuto, strappa applausi convinti. In poche parole, un sogno a occhi aperti, di quelli da cui non ci si vorrebbe svegliare mai. Chi è questo ragazzino che in campo si muove come un veterano e non fa rimpiangere quel campione di nome Falcao? La classe c’è, le qualità non mancano, le aspettative sono alte. Anzi, altissime. Arriva pure la chiamata della Nazionale Under 21 e gli occhi di tifosi e addetti ai lavori sono tutti per lui. E su di lui. Ma a fine stagione la favola giallorossa s’interrompe sul più bello e per Valigi si aprono le porte dell’ambizioso Perugia, in B. È un ritorno a casa, in una piazza importante, che sogna di tornare quanto prima sul palcoscenico del pallone che conta, quello in cui è stata protagonista con la squadra dell’imbattibilità. Ma l’eredità di Falcao pesa oltre misura sulle spalle del giovane numero 10. È un’etichetta faticosa da portarsi in giro quando nessuno ti perdona il benché minimo errore. Soprattutto quando si hanno poco più di vent’anni e si dovrebbe avere il tempo di crescere un po’ alla volta, senza fretta. E poi, essere profeta in patria non è mai facile. In biancorosso, infatti, resta una sola stagione, collezionando 35 presenze e appena un gol in campionato. Ma il Perugia non decolla come avrebbe voluto e, così, Valigi finisce a Padova. Lì inizia una nuova vita calcistica, lontano dalla nomea di vice-Falcao, libero di essere solo sé stesso. Con la casacca biancoscudata riesce a tirar fuori tutte le sue innegabili potenzialità in un centinaio abbondante di partite, prima di andare a deliziare le platee di Messina, Mantova, Benevento e, infine, Deruta. Appese le scarpette al classico chiodo, va a sedersi in panchina dove può insegnare non solo come si fa ad essere Falcao, ma soprattutto a rimanere sé stessi.

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