4 chiacchiere con Alessandro Cittadini

La carriera sotto canestro partita da Magione di Alessandro Cittadini

Intervista con Alessandro Cittadini, che ci racconta la sua carriera sotto canestro, partita da Magione per attraversare l’Italia da Nord a Sud

di Nicola Mucci

L’alley-oop è una delle giocate più spettacolari del basket. La palla che vola alta verso il ferro, due mani che l’afferrano e la schiacciano a canestro. Chiudete gli occhi e provate a immaginare. Immaginate che a fare una giocata del genere sia un ragazzone di 2 metri e 7, nato sulle rive del lago Trasimeno, lì dove il sole, nelle serate d’estate, si tuffa in acqua colorando di rosso il panorama circostante. E immaginate che il ragazzo in questione abbia schiacciato quella palla a spicchi nella sua prima partita in Eurolega, massima competizione continentale. Anni dopo, quel ragazzo, da poco 45enne, è ancora sul parquet a giocare da pivot, pronto a realizzarne altri di canestri simili. Anche se non più in Eurolega. Ma poco conta. Il telefono squilla e Alessandro Cittadini comincia a raccontare. Con la stessa passione che mette in campo e che è più forte dello scorrere delle lancette del tempo. E con la disponibilità di chi ha voglia di ripercorrere le tappe di una splendida carriera, di rivivere un viaggio che l’ha visto attraversare l’Italia da Nord a Sud, iniziando da Bologna e passando, tra le altre, da Reggio Emilia, Livorno, Reggio Calabria, Napoli, Teramo, Sassari, Brescia, Trieste e, ora, Viterbo.

Foto Archivio FIP / Archivio Ciamillo-Castoria/S. Silvestri

Insomma Alessandro, hai smesso di giocare o sei ancora in campo?

No, per la verità sto ancora giocando. Mi diverto e mi piace stare con i ragazzi. Ora, sono in B Interregionale, qui a Viterbo, dove vivo da quattro anni. Avevo lasciato la pallacanestro giocata nel 2020, quand’ero a Trieste. Ma poi, dopo il covid, mi è tornata la voglia di scendere sul parquet ed eccomi qua.

Molti ragazzi oggigiorno sognano Le Bron e Curry. Cosa sognava Cittadini da ragazzo e com’è cominciata la tua avventura nel basket?

Ho iniziato tardi. Prima giocavo a calcio, dove vivevo, vicino a Magione. A 13 anni ero già alto e sono stato avvicinato da un allenatore di basket. Ho cominciato a Passignano e, poco dopo, sono stato selezionato dalla Fortitudo. E così sono partito per Bologna. Da lì ho cominciato a realizzare il mio sogno. Ero anche appassionato di calcio e malato del Milan di Gullit e Van Basten. E poi, seguivo la NBA di Jordan e Magic.

Sei partito da casa giovanissimo. Quali sono stati i momenti più difficili, quelli in cui hai dovuto stringere i denti?

Sono partito per Bologna da solo, con il treno. Non mi rendevo conto di quello che stava succedendo. Era un po’ per la serie, vai e vedi come va. Ricordo che mia mamma e mia nonna piangevano quando sono partito da casa. Dopo una settimana ho cominciato a capire che la mia vita era cambiata. Da un paese vicino al lago dove ero libero di uscire e andare dove volevo, adesso ero in una città come Bologna, dove andavo a scuola e mi allenavo. Il tempo libero era poco. Dopo dieci giorni sono scoppiato a piangere al telefono. Il primo anno, insomma, è stato tosto. I miei sono stati molto bravi, mi sono stati vicini e venivano spesso a trovarmi. Piano piano è andata sempre meglio. E mi rendevo conto che non potevo buttare via questa occasione.

L’esordio in A con la Fortitudo il 21 dicembre 1997. Che ricordi conservi di quella partita? 

Più che l’esordio in A, comunque bellissimo, mi ricordo meglio quello in Eurolega: schiacciai al volo un alley-oop. Me la ricordo come una cosa super.” 

Tante le tappe della tua carriera, da Bologna a Reggio Emilia, da Napoli a Brescia: quale fotografia di questo straordinario viaggio metteresti nell’album dei ricordi?

Ho girato tanto e giocato tanto, e ogni squadra e compagno mi ha lasciato qualcosa. Certo, un sapore speciale hanno tappe come la vittoria della Coppa Italia a Napoli, il campionato vinto a Brescia da capitano, la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo e il bronzo agli Europei con la Nazionale.

A proposito d’Italia: com’è stato il tuo rapporto con la Nazionale?

Ci sono stato per tanti anni. Sono stato un po’ sfortunato perché in quel periodo, nel mio ruolo, ero un po’ chiuso. Fossi nato più tardi, con la carenza di pivot che c’era, forse avrei trovato più spazio. Ma sono sempre stato lì, nel giro azzurro.

Chi è stato l’avversario più forte che hai incontrato sul parquet?

Ho giocato contro Ginobili e Danilovic, che erano di un’altra categoria. Negli anni delle giovanili a Bologna ricordo, ad esempio, Carlton Myers. Sono tanti i giocatori. In Coppa Italia ho giocato contro Bodiroga, in Nazionale contro Dirk Nowitzki tanto per fare qualche nome.

Una qualità che non deve mai mancare in un giocatore di basket.

La fame. Va avanti chi ha più fame. Il basket è un gioco di concentrazione per persone sveglie, intelligenti. Ma la fame di arrivare fa la differenza.

La tua carriera ti ha portato anche a sederti in panchina: meglio giocare o fare il coach?

Ho fatto l’assistente coach. Fare il coach è più difficile. Quando giochi pensi a quello che devi fare te. Il tempo che passi in palestra è meno. Il lavoro di coach, invece, ti assorbe h24 e devi pensare per tutti i giocatori. Devi sapere tutto di tutti. È stata un’esperienza che mi ha aperto molto la mente e mi ha fatto capire il lavoro che c’è dietro la preparazione di ogni singola partita.

Come sta il basket italiano secondo Cittadini?

Non sta malissimo. La Nazionale sta facendo sempre meglio. E, oggi, avere due squadre come Olimpia Milano e Virtus in Eurolega non è cosa da poco.

E quello umbro? 

Ho giocato contro Valdiceppo poco tempo fa. Pensa era la prima volta che giocavo in Umbria, credo dal ’94, oggi che ho 45 anni. Bisognerebbe riuscire a far innamorare la gente del basket e, certo, fare un campionato di vertice, magari tutti insieme, aiuterebbe. Il basket dal vivo è bellissimo, soprattutto ad alti livelli e non è che bisogna essere per forza degli intenditori per appassionarsi.

Che consiglio daresti ai giovani che sognano un futuro alla… Cittadini?

Di lavorare sodo. Credo che il lavoro, alla fine, paghi sempre. Poi, certo ci vogliono anche tante altre componenti. Ma il lavoro è determinante. E poi, bisogna divertirsi. A Viterbo, alleno anche l’under 19 e gli Aquilotti e provo a insegnargli questo. A me non ha regalato niente nessuno. A Bologna eravamo in diversi, ma non tutti siamo riusciti a diventare dei professionisti. Non uscivo mai e mi allenavo tanto. E poi giocare a basket, in un gioco di squadra, aiuta a trovare amicizie vere. I ragazzi, come dico anche ai miei figli, devono imparare a organizzare bene la giornata, a giocare e studiare. E non è un caso che i più bravi sul parquet siano bravi anche a scuola. Lo sport aiuta a imparare a gestire il tempo in modo diverso. Non toglierei mai ai ragazzi l’allenamento, ma vorrei che imparassero a gestire scuola e sport bene, e insieme.

Si ringrazia per la disponibilità Alessandro Cittadini e l’Ufficio Stampa della FIP

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