4 chiacchiere con Rocco Pagano

Il suo slalom sulla fascia a Foggia rimarrà per sempre nella mente dei tifosi del Grifo

di Nicola Mucci – foto Archivio Sportumbria

Una progressione inarrestabile. Lungo la fascia destra, a tu per tu con la linea laterale mentre i tacchetti avversari cercano invano di intercettare il pallone. È un caldo pomeriggio di inizio giugno. Gli avversari saltati come birilli fino ad arrivare laggiù, sulla linea di fondo, dove i sogni diventano realtà. La maglia numero 7 sulle spalle, quella che evoca l’estro dei Garrincha, dei Domenghini, dei Figo e dei Beckham, di quelle ali destre che nel calcio moderno quasi non esistono più. Dribbling, corsa lungo la fascia, cross dal fondo per l’attaccante piazzato in area di rigore. Una progressione che, si narra, riusciva a dare i brividi anche a un certo Paolo Maldini. Il racconto di Rocco Pagano comincia proprio da lì, da quella fascia destra, in cui ha imperversato dalla C alla A, da Udine a Pescara, da Perugia ad Ancona. E comincia da quella domenica pomeriggio, a Foggia, sotto il sole cocente di giugno, da quello slalom fatto di classe e potenza, con la maglia del Perugia indosso, tra i difensori dell’Acireale superati uno dopo l’altro, in una domenica per nulla uguale alle altre, ma che vale un sogno chiamato serie B. Il telefono squilla e, dall’altra parte, Rocco riavvolge il nastro del tempo.

Quella è un’immagine ancora viva. – ricorda – La vedo in continuazione sui social. Una trasferta indimenticabile sia per i tifosi che per noi giocatori. Lo stadio tutto vestito di biancorosso. È stato il top. Fantastico. E quella fu davvero un’azione travolgente.

A cosa si pensa in momenti del genere?

A niente. Quando sei in campo, pensi solo a fare bene, a rimanere concentrato su quello che devi fare. Poi, una volta finita la partita, ti rendi conto di quello che è successo. Solo al fischio dell’arbitro può esplodere la gioia.

Che Perugia era quello di Rocco Pagano?

Sul campo ci siamo sempre guadagnati tutto. In quegli anni avevamo una squadra davvero forte. Tutto quello che abbiamo ottenuto era strameritato, dalla serie C alla A.

In Umbria sei rimasto dal ’92 al ’96, disputando oltre cento partite in biancorosso. Qual è il momento che ricordi con maggior affetto di quegli anni?

A Perugia, sono stato molto, ma molto bene. E con me, anche la mia famiglia. Forse, proprio l’episodio di Foggia, quella partita è stata un evento storico. Di domeniche belle ne ho vissute anche altre, ma quelle immagini mi danno ancora i brividi, con il presidente Gaucci sotto la tribuna. È stato bellissimo.

La partita più bella della tua carriera?

Te ne dico due. La prima è quella dell’esordio in A, a San Siro, contro l’Inter di Trapattoni. Vincemmo 2-0 praticando un calcio spettacolare. E poi, quella vinta in casa, contro la Juve, sempre per 2-0, in cui segnai il secondo gol.

Giocare in serie A è il sogno di ogni bambino. È stato anche il tuo?

Ho fatto le giovanili nella Juve per tre anni. Noi eravamo già estasiasti quando vedevamo qualcuno che giocava in serie C. Ci allenavamo con grandi campioni ma, forse, per noi sognare di arrivare in serie A era qualcosa d’impensabile. Già giocare in C lo ritenevamo straordinario.

L’avversario più difficile che hai dovuto affrontare.

Tanti. Soffrivo soprattutto quando incontravo il difensore veloce, anche se magari non era bravissimo tecnicamente: io, infatti, ero un giocatore che sfruttava molto la velocità.

C’è un compagno di squadra con cui ti sei trovato meglio che con altri in campo?

Un po’ tutti, a cominciare, negli anni di Perugia, da Cornacchini, Giunti, Beghetto, Negri. Mi sono sempre trovato bene con tutti. Ci volevamo davvero bene anche fuori dal campo tant’è che con diversi dei ragazzi ci sentiamo ancora adesso. A Pescara poi, ho giocato con un certo Leo Junior: un grande.

L’allenatore a cui sei più legato.

Con Galeone ho passato sette anni della mia carriera. A Udine, ho avuto Rino Marchesi, una persona splendida. Mi sono trovato molto bene anche con Buffoni, che ho avuto pure a Perugia, oltre a Novellino e Castagner. Con Galeone, c’è stato un rapporto speciale anche al di là del calcio. Era uno di quei allenatori che ti diceva: vai in campo e fai quello che sei capace di fare. È quello che, fatta qualche eccezione, forse manca ai giocatori di oggi.

Com’è cambiato il calcio, secondo Pagano?

È cambiato a livello tecnico, di individualità. Oggi, a cominciare dai settori giovanili si parla molto di schemi e possesso palla. Ai miei tempi, invece, venivano esaltate di più le qualità individuali. Avevamo molta più libertà. Se ne avevi le capacità, provavi l’uno contro uno e con due o tre passaggi si cercava subito di finalizzare il gioco.

C’è un Rocco Pagano nel calcio moderno?

No, forse no. Proprio per il discorso su com’è cambiato il calcio. Se avessi giocato oggi, probabilmente mi avrebbero messo sulla fascia sinistra, per poi farmi rientrare col destro. All’epoca, si facevano un sacco di cross in ogni partita. Si andava sul fondo e si metteva la palla in mezzo. Molto diverso dal gioco di oggi.

La soddisfazione più grande e il maggior rimpianto della tua carriera.

Ho sempre giocato in piazze che ho scelto io e non mi sono mai pentito di nulla. Forse, l’unico rimpianto è stato che, dopo aver vinto il campionato a Pescara, sarei potuto passare al Napoli. Avevo già un accordo di massima, ma poi è cambiato tutto e l’affare non è andato in porto. Peccato. Mi sarebbe piaciuto giocare con Maradona. Sarebbe stato divertente. Ma, comunque, penso che quando nel calcio si gioca per vincere, come è successo a me, è sempre bello e gratificante, qualunque sia la piazza.

Pagano oggi.

Lavoro nel campo della ristorazione, nel settore vinicolo, nella zona di Pescara e mi piace molto. A essere sincero, il calcio di adesso non mi manca. Faccio tutte cose che prima non potevo fare e riesco a dedicare molto più tempo alla famiglia.

Si ringrazia per la disponibilità Rocco Pagano.

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