Perugia, il Basket per crescere e sognare

Perugia, PalaFoccià

Un viaggio nel passato, e nel presente, di una società che è anche un pezzo importante di storia del basket regionale, attraverso le parole del presidente Chiacchiella e del coach Mongelli

di Nicola Mucci – foto Michele Castellani

Il pallone a spicchi rimbalza sul parquet, mentre il palazzetto si riempie delle grida entusiastiche dei bambini. Fuori c’è il sole, primi raggi di primavera. Ma nessuno ci fa caso. È molto più bello restarsene in ascolto del fruscio della retina, di quel “ciaf” inconfondibile e elettrizzante, mentre il pallone s’infila a canestro. Step Back, terzo tempo, un tiro tentato sognando Steph Curry, il campione targato NBA di Golden State, o LeBron James, le scarpe che sfregano a terra, un sogno racchiuso in una canotta bianca e rossa, con un Grifo nel mezzo. Dalla collina di Ferro di Cavallo, il centro storico della città è una cartolina che lascia a bocca aperta, mentre dal PalaFoccià, casa del Perugia Basket, quel tap tap del pallone sul parquet ci accompagna in un viaggio che oggi coinvolge quasi 300 atleti e che è cominciato, anzi ricominciato, vent’anni fa dopo i fasti degli anni settanta e ottanta. Un viaggio nel passato, e nel presente, di una società che è anche un pezzo importante di storia del basket regionale.

Il presidente Paolo Chiacchella e il coach Lello Mongelli

A Paolo Chiacchella, presidente nonché memoria storica, spetta azionare la macchina del tempo. “L’anno 2005 – comincia a raccontare – costituisce il punto di svolta. C’erano tre società che disputavano lo stesso campionato: Ponte San Giovanni, UISP Palazzetto e noi, a Ferro di Cavallo. Si fece un po’ parte diligente l’assessore Andrea Cernicchi, grande appassionato, coinvolgendo anche l’allora sindaco Boccali con l’intento di creare un’unica società. Vincemmo subito il campionato di serie C. Fu epocale con il palazzetto Pellini pieno e i maxischermi fuori, per strada.” Che la strada imboccata sia quella giusta lo dimostrano i risultati ottenuti. Nel 2008 arriva una nuova promozione in B con una squadra fatta quasi interamente da giocatori cresciuti nel vivaio e, un anno più tardi, la storica promozione in serie A Dilettanti. Continua Chiacchella: “Riuscimmo a coinvolgere un allenatore importante che era nativo di Bari, ma perugino d’adozione come Maurizio Buscaglia. Fu il boom. Vincemmo il campionato di B2, disputammo quello di B1 riaprendo il PaleEvangelisti e quindi arrivammo alle semifinali per poi essere promossi in A2”. La storia recente è fatta da un campionato di serie C e da un settore giovanile di cui, sottolinea il presidente, “siamo molto orgogliosi”. L’attività del mini basket coinvolge ragazzi dai 5 ai 12 anni, mentre quella del settore giovanile va dall’under 13 fino all’under 19 Eccellenza, senza contare Promozione e serie D. Federico Zampini, MVP della finale di Coppa Italia di A2 con la canotta di Forlì, Dorin Buca, giocatore rivelazione con Livorno (“ho creduto fortemente in lui”, sottolinea il presidente), Daniele Monacelli e Alberto Provvidenza sono solo alcuni dei tanti ragazzi cresciuti nel settore giovanile biancorosso. Il segreto? “La crescita dei talenti – spiega Chiacchella – dipende dal fatto di poter contare su allenatori importanti. La nostra società ne ha ben cinque che possono allenare nel campionato di Eccellenza. Possiamo anche contare su un preparatore professionista e su uno specifico per i ragazzi. E poi, abbiamo fatto una scelta prendendo un professionista come Lello Mongelli, responsabile del settore giovanile. In prima squadra abbiamo tutti ragazzi nostri. Vogliamo dunque dare un segnale importante ai nostri giovani e cioè che, effettivamente, c’è la possibilità di arrivare in prima squadra.

Maurizio Buscaglia ieri (coach, tra le altre, di Trento, Reggiana, Brescia, Napoli e Pesaro), Lello Mongelli oggi. Ad accomunarli, la natia Bari e i colori biancorossi del Perugia Basket. A Mongelli il ruolo di coach Carter, quello che Samuel L. Jackson interpreta nell’omonimo film cult sul basket giovanile, di allenatore ma anche educatore. Racconta: “Bisogna fare un distinguo tra prima e post Covid. Durante il lockdown siamo riusciti a tenere i contatti con i ragazzi, con riunioni online e allenamenti individuali. Non è facile ritrovarsi da un giorno all’altro chiusi nella propria cameretta a fare DAD o a giocare alla Play. Nel post Covid, la maggiore difficoltà è stata quella di fargli riprendere la loro capacità competitiva. Il Covid è stato un bel trauma insomma perché li ha messi sul divano nel vero senso della parola.” Il parquet diventa il luogo dei sogni, racchiusi in quella palla a spicchi che, probabilmente, neppure il suo inventore, l’insegnante James Naismith alla fine dell’800, poteva immaginare che avrebbe volato così in alto e fatto innamorare tanti ragazzi di sé. “Quella del sogno – continua il coach – è una domanda che andrebbe rivolta proprio a loro. Noi adulti sottovalutiamo questo aspetto perché lo colleghiamo subito a un obiettivo. Invece, sono due cose diverse. Si può sognare di giocare in NBA e avere l’obiettivo, perché no, di arrivare a giocare con la nostra prima squadra.” La pallacanestro come scuola di sogni, ma anche di vita. “È un mezzo attraverso il quale i ragazzi imparano a sviluppare lati del loro carattere che poi gli serviranno anche nello studio o nel mondo del lavoro. A questo riguardo, mi fa piacere precisare che Alessandro Mamone dell’Under17 è stato premiato come studente-atleta con una borsa di studio e quando arrivai a Perugia, la stessa cosa successe ad Alessandro Palomba. La pallacanestro non è detto che sia il fine, ma può essere di sicuro il mezzo per raggiungere anche altri obiettivi.

Sul parquet continuano a rincorrersi i tap tap del pallone, le grida dei ragazzi, le loro facce sorridenti e divertite. Si cresce insieme, ma senza fretta perché non tutti “migliorano allo stesso modo, nelle stesso tempo e nelle stesse cose”, dice il coach. Con un obiettivo comune, che non sempre potrà essere quello di diventare dei novelli Michael Jordan. “Il detto che si potrebbe utilizzare – prosegue Mongelli – è: in campo come nella vita. L’obiettivo è che siano delle brave persone, che sappiano convivere e collaborare con gli altri e che imparino a rispettare le regole. Tutte cose per nulla scontate. E che acquisiscano la capacità di reagire di fronte a un errore e alle difficoltà, imparando ad anteporre il noi all’io che, all’interno di un gruppo, è un aspetto fondamentale.” E che, forse, valgono più d’una schiacciata alla Jordan o di un gancio cielo in stile Kareem Abdul-Jabbar. Anche se poi, sul parquet, avere una buona tecnica di base, assieme a tanta passione, può contare perfino più dell’altezza. La cosa più difficile da allenare, allora? Il tiro. Conclude il coach: “È un fondamentale tecnico che è tanto legato alla sfera psicologica. La difficoltà, infatti, non sta nell’imparare il gesto in sé, ma nel liberare la mente, cercando di visualizzare sempre un risultato positivo, in modo da costruire con sicurezza e pratica un gesto convincente. Quando nella tua testa c’è la palla che esce dalla retina è più facile che tu riesca a fare canestro. Se invece non la vedi, se non descrivi nei tuoi occhi quell’immagine, allora diventa molto meno probabile.

E allora, prendendo in prestito le parole della celebre lettera di addio al basket di Kobe Bryant, canestro in un angolo, “5 secondi da giocare”,palla in mano. “5…4…3…2…1.

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