4 chiacchiere con Leonardo Varasano

Intervista con Leonardo Varasano, assessore alla Cultura del Comune di Perugia

Uomo di cultura e di sport (tifosissimo del Perugia), si racconta e racconta, con garbo e disponibilità, i colori di quella città di cui è da sempre innamorato, a partire dal celebre motto latino, mens sana in corpore sano

di Nicola Mucci

I raggi del sole filtrano da tre grandi finestre da cui si gode il panorama mozzafiato dei tetti del centro storico. Una grande scrivania ricolma di carte in mezzo alla stanza. Il soffitto delicatamente affrescato di quello che un tempo doveva essere uno dei bastioni posti lungo le mura a protezione della città. Palazzo della Penna è uno scrigno che profuma di cultura e di storia e di cui Leonardo Varasano, assessore alla cultura del Comune di Perugia, è il custode. Uomo di cultura e di sport (tifosissimo del Perugia), si racconta e racconta, con garbo e disponibilità, i colori di quella città di cui è da sempre innamorato, a partire dal celebre motto latino, mens sana in corpore sano, eco dei suoi studi classici e attuale ancora oggi.

Il detto latino – inizia Varasano – resta valido, perché lo sport è un veicolo formidabile di sanità fisica e mentale nonché, se indirizzato e vissuto nella giusta maniera, rimane un ottimo strumento educativo. Dopodiché, purtroppo, avviene spesso il contrario, soprattutto per quelli più noti e popolari. L’educazione finisce in secondo piano e lo sport viene vissuto solo come modo per emergere, per affermarsi, aspetti che, in realtà, fuoriescono dalla sua natura che, invece, dovrebbe essere prima di tutto passione, educazione e disciplina.

Come si recupera allora la cultura sportiva?

Riportando lo sport al suo significato originario, prediligendo l’educazione a scapito del profitto. Poi, se uno è bravo, è qualcosa in più. Ma il primo lavoro andrebbe fatto sulle famiglie e, a cascata, sui ragazzi. Perché se le famiglie inculcano nei figli questa pseudo mentalità vincente, tesa al successo ad ogni costo, si snatura il significato dello sport e si esce dai binari dell’educazione. E lo sport va poi compendiato con tutte le attività della vita. Allora, è sano, altrimenti diventa un idolo. Lo sport sano è quello che si fa nelle società sportive, ma anche quello che, come una volta, per praticarlo bastavano un pallone e due zaini a fare da pali della porta.

Immagini che si vedono sempre più raramente nei cortili. Nelle scuole si è fatto largo il concetto di studente-atleta, mentre spesso i ragazzi, quando si accorgono di non poter ambire al professionismo, chiudono con lo sport.

Per me l’errore sta nell’assolutizzare un aspetto della vita. Noi siamo tante cose insieme: studenti e sportivi. Il concetto, un po’ americano, di studente-atleta ce l’abbiamo già nelle nostre forze dell’ordine, da sempre fucine di grandi campioni che hanno saputo coniugare la missione professionale con quella sportiva. Se facessimo nostro in toto ciò che viene dai college e dalle grandi università statunitensi, probabilmente entreremmo in una realtà che non ci appartiene del tutto o, meglio, che già abbiamo ma in maniera diversa.

E poi, servono strutture adeguate.

Tempo fa in una conferenza citavo Papa Leone XIII, che è stato Vescovo di Perugia. È stato promotore della dottrina sociale della Chiesa e ci ha insegnato che il bene comune non è l’acqua, la singola pietra o il singolo monumento. Il bene comune è rappresentato da porre le condizioni che permettono ai talenti di fiorire. Per restare in ambito sportivo, dunque, l’atleta che ha talento per fiorire deve avere le strutture. Possono essere ovviamente di più ed è un obiettivo su cui bisogna ancora lavorare. È chiaro che le strutture vanno di pari passo con la domanda e, dunque, è normale che si verifichino degli squilibri a favore degli sport più popolari o praticati, anche se tutti vanno assecondati e sostenuti. E vanno colte le opportunità a livello ministeriale ed europeo.

Varasano e lo sport.

Da quando ricopro un ruolo istituzionale e per via degli impegni familiari, non pratico più nulla. Sono sposato da sei anni e ho due bimbe. Il mio sport è percorrere la strada che va da Sant’Ercolano a via dei Priori dove registro, anche per via della fretta, buoni tempi. Prima ho giocato a pallone per tanti anni e, per un periodo sono andato in palestra.

In che ruolo giocavi?

Sono passato da terzino a cursore di fascia avanzato. Ho avuto un paio di brutti infortuni, al quadricipite femorale e alla caviglia e, dopo poco, ho smesso.

Varasano e il Perugia.

Beh, si tratta di una passione ereditata da papà. All’inizio, ero disinteressato. Poi, è scoccata la passione quando ho spostato lo sguardo dal campo allo spettacolo della curva Nord. È nata da lì la passione per il tifo, per il calcio e per il Perugia. Conto più di 35 anni ininterrotti di abbonamento e quasi tutti vissuti in curva.

La partita che ti è rimasta nel cuore?

Due: Ternana-Perugia 0-2 e Salonicco-Perugia 1-1. E poi lo spareggio di Foggia, che è stato la mia prima trasferta, e quello di Reggio Emilia. Un’altra te la cito volentieri perché eravamo in pochi a crederci: la vittoria a San Siro, contro il Milan, alla vigilia di Natale.

Come si fa a coniugare il ruolo istituzionale con quello di tifoso?

I due ruoli vanno sempre insieme. Nessuno di noi è mai qualcosa di separato. Si è al tempo stesso papà, marito, amministratore e tifoso. Anche se il sindaco, qualche volta, mi prende in giro dicendomi che sono troppo tifoso per potermi occupare del Perugia. I due ruoli però vanno a braccetto, anche perché nel mio caso coincidono la città del cuore con la squadra del cuore.

Il tuo giocatore preferito, allora?

Più di uno. L’unica maglietta che ho è quella di Mauro Milanese, post Perugia-Juventus. Il primo giocatore che ho conosciuto è stato Angelo Di Livio: una persona fantastica. Aveva le figurine dell’album dei calciatori e gli chiesi di fare a scambio. Poi, Giovanni Tedesco, altra persona splendida, Eros Lolli, giocatore d’altri tempi in tutti i sensi e Roberto Savi. Di recente, ho fatto amicizia con Vannini, anche lui grande giocatore e persona eccezionale.

Tornerà il grande calcio al Curi?

Secondo me, sì. Il calcio è fatto di cicli e penso che Perugia ne abbia i requisiti. Ha una storia importante su cui non ci dobbiamo soffermare se non vogliamo diventare dei nostalgici, ma sulla quale dobbiamo basarci. Per tanti aspetti ha precorso i tempi. Basti pensare al record dell’imbattibilità o alla prima sponsorizzazione sulle maglie. Sono aspetti che fanno parte di una Perugia che non c’è più, ma che, prima d’altri, ha saputo immaginare ciò che sarebbe accaduto.

Segui anche la pallavolo?

Ora a distanza, ma fino a qualche anno fa andavo regolarmente a vedere la SIR. E vorrei sottolineare anche l’impresa della pallavolo femminile, tornata in A1. Questo dimostra che Perugia è una città vitale, come ho potuto constatare anche nella cultura. È un centro di medie proporzioni in termini demografici, ma possiede delle peculiarità e una storia così importante che ne fanno una città speciale.

Se provi a chiudere gli occhi, qual è il sogno che speri si possa realizzare?

Te ne dico due. Il primo è quello di ottenere il riconoscimento UNESCO della Perugia etrusca a partire dalle nostre mura. Sarebbe un risultato formidabile, che resterebbe nel tempo. Per il Perugia, invece, rispondo con le parole che, in un’intervista, usò Mimmo Pucciarini. Disse: sogno la serie A e trentamila persone in piedi che tifano. È il sogno che condividevo con Mimmo ed è il sogno che ho ancora oggi.

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