4 chiacchiere con Carlo Roscini

Intervista con Carlo Roscini, per oltre 30 anni presidente del Comitato regionale umbro della Federazione ciclistica italiana

Chi meglio di Carlo Roscini, per oltre trent’anni presidente del Comitato regionale umbro della Federazione ciclistica italiana, può raccontarci aneddoti, curiosità e storia del ciclismo nella nostra regione, con un occhio alle varie tappe del Giro che sono passate per la nostra regione.

di Nicola Mucci – foto per gentile concessione di Paolo Bettini

Sacrificio e passione. Una pedalata dopo l’altra, mentre si lancia la volata o s’affronta una salita. Ieri come oggi. Sulle strade polverose e leggendarie dei Coppi e dei Bartali o su quelle asfaltate dei Moser prima e dei Pogacar adesso. Un mondo che attraversa anche l’Umbria oggi come ieri, quasi trent’anni fa, quando il Giro d’Italia partì proprio all’ombra della Fontana Maggiore per arrivare fino a Terni. Un mondo che, Carlo Roscini, per oltre trent’anni presidente del Comitato regionale umbro della Federazione ciclistica italiana, ci fa rivivere, raccontandolo con passione e competenza, un aneddoto dopo l’altro. Una vita dedicata al ciclismo e allo sport, un amore per la bici da trasmettere da generazione a generazione. Un’avventura scritta nel DNA, a partire dalla natia Ripa, a pochi chilometri da Perugia, dove, racconta Roscini, “è stato creato un bel parco tematico dedicato al ciclismo con tanto di vie intitolate ad Alfonsina Morini, la prima e unica donna a correre il Giro con gli uomini, e Fausto Coppi.” Un’avventura che, oggi, prosegue con quel Giro che tocca di nuovo l’Umbria, con la tappa a cronometro da Foligno a Perugia.

Nelle foto la partenza del Giro d’Italia 1995 da Perugia

Il Giro è di casa da noi da tanti anni. – spiega Roscini – Quasi trent’anni fa, nel ’95, è partito da Perugia. Quello è stato un evento unico, con tre tappe tra cui la Perugia-Terni vinta da Cipollini. Un evento che coinvolse tutta la regione. La tappa a cronometro in Umbria è un momento importante. Ha significati sia sportivi che turistici che di promozione del territorio. L’obiettivo era unire Perugia e Foligno con una cronometro attraverso un percorso studiato in modo esemplare con diverse difficoltà. Del resto, le cronometro di oggi sono più corte di un tempo, ma non tutte in pianura e con tratti anche impegnativi.

Come nasce la passione di Roscini per il ciclismo?

Nasce da lontano, anzi da lontanissimo. Lavoravo in un’azienda che aveva una grande tradizione ciclistica. Anche i dirigenti erano appassionati ed io ed altri venimmo travolti da questa passione. Da lì è iniziato un percorso lungo, appassionante e impegnativo. Sono stato Giudice di Gara nel ‘76, Direttore di Gare Regionale e Internazionale. Dall’89 ho ricoperto l’incarico di Presidente regionale per 32 anni, con incarichi anche a livello nazionale. Nei primi anni ‘90 sono stato presente anche al Coni. Ho fatto tante belle esperienze e vivere lo sport a livello dirigenziale mi ha permesso di apprezzarlo sotto tanti punti di vista.

Chi era il suo campione preferito?

Devo dire che ho molto rivalutato Marco Pantani che, quando correva, non avevo apprezzato nel modo giusto. La sua è stata una vicenda sportiva e umana che ha segnato tutti.

Ci sono i ciclisti che, nella nostra regione, possono lanciare la volata per convincere sempre più giovani a praticare questo bellissimo sport?

Ti faccio il nome di Giulio Pellizzari che è marchigiano, ma è cresciuto ciclisticamente in Umbria, avendo sempre corso a Foligno. Sta facendo il Giro d’Italia ed è molto promettente. È un ragazzo giovane, molto serio, in gamba con una famiglia che lo segue molto. E con lui stanno crescendo anche tanti altri ragazzi che possono ambire a grandi risultati.

Il ciclismo è per antonomasia uno sport di sacrificio. È davvero così?

Il problema del ciclismo è un problema della società. Mi spiego: oggigiorno è difficile fare sacrifici e lo sport, come anche il ciclismo, invece lo richiedono. Ci vuole grande impegno per rispettare gli orari, l’alimentazione, le indicazioni di tecnici e medici. E non manca qualche rinuncia da fare: soprattutto in età adolescenziale è dura rimanere a casa perché il giorno dopo c’è una gara da correre, mentre gli amici escono. Se non si ha questa mentalità sono sacrifici difficili da sostenere.

C’è un momento della sua lunga carriera da dirigente che porta impresso nel cuore?

I momenti sono stati tanti. Affrontare lo sport a livello dirigenziale è sempre una sfida soprattutto in una regione come la nostra ricca, comunque, di tanta passione. Avevo coniato uno slogan: una piccola regione che agisce come una grande. Abbiamo vinto sfide che non si pensava di poter vincere soprattutto pensando al confronto con regioni che avevano risorse, anche economiche, più importanti. E devo dire che siamo ancora la prima regione in Italia per numero di impianti dedicati all’attività ciclistica.

La gara a cui è più affezionato?

Più che una gara, un circuito, quello del “Trofeo Procacci”. Partimmo tra lo scetticismo generale, ma con l’obiettivo di far correre i ragazzi di sabato per consentirgli di passare la domenica in famiglia dedicandosi anche ad altre attività. E poi, con l’idea di premiarli tutti, alla festa finale, dal primo all’ultimo, indipendentemente dal piazzamento. È durata venticinque anni e, nell’ultima edizione, abbiamo avuto 540 persone a cena. Premiare tutti voleva dire che tenevamo a tutti i ragazzi, uno per uno. C’era la voglia di stare insieme e fare festa, di vivere un momento di aggregazione e socializzazione importante. Trent’anni fa, insomma, abbiamo inventato il famoso terzo tempo del rugby, che ha un grande valore sotto il profilo aggregativo.

Come descriverebbe il ciclismo?

Non è uno sport individuale, ma da vivere insieme. È un gioco di squadra anche se non sembra. E va vissuto condividendo i risultati. Il ciclismo è aggregazione e socializzazione. È gioia.

Come si promuovono lo sport e la passione per la bici in particolare, tra i giovani?

Quasi il cinquanta per cento dei ragazzi tra 7 e 14 anni non svolge attività sportiva. È una sconfitta, soprattutto perché oggi c’è un’offerta sportiva molto variegata. Ma bisogna fare un applauso a tutti i dirigenti e i tecnici che s’impegnano affinché i nostri figli e nipoti possano praticare lo sport. Anche se non mancano le difficoltà. Il ciclismo viene promosso in tante scuole da Terni a Marsciano e Todi con molte iniziative e, devo dire, che c’è un’ottima risposta da parte dei giovani e delle loro famiglie. È importante, dunque, fare promozione nelle scuole, ma occorrerebbe potenziare le risorse umane che non sempre sono sufficienti. Credo che per avvicinare i giovani allo sport occorrano altri giovani, che parlano il loro stesso linguaggio e che possono coinvolgerli.

Ma allora, alla fine, chi è che vince il Giro?

Secondo me, Pogacar che è un ragazzo serio e molto stimato dal gruppo.

Nelle foto alcuni momenti del Giro d’Italia in Umbria e Carlo Roscini con Claudio Chiappucci in occasione del 50° della G.S. Torgianese ad agosto del 2023

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